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di Giovedì, 23 Gennaio 2014 - Ultima modifica: Lunedì, 27 Aprile 2015
Immagine decorativa

Castelfondo: voci e sguardi, di Marco Romano.

Comune di Castelfondo, 2010

Gli anziani di Castelfondo parlano di sé e si raccontano in ventidue interviste. Ricordano le vicende famigliari e l'emigrazione oltreoceano; l'infanzia, i giochi, la scuola e il pascolo del bestiame; il lavoro minorile in Sudtirolo ed il ritorno in paese: l'allevamento del bestiame, la coltivazione dei campi, la fienagione in montagna e l'esbosco; l'alimentazione, la medicina popolare e gli usi e costumi; i riti civili e quelli religiosi, le feste e la devozione popolare; l'immaginario abitato da spiriti e streghe; l'emigrazione del dopoguerra e gli avvenimenti dei decenni successivi. Con questo lavoro si sono raccolte, conservate, tramandate e valorizzate le storie, i racconti e i saperi di alcune persone di Castelfondo. Dare parola alle donne e agli uomini che hanno vissuto e interpretato le tradizioni, le trasformazioni e la contemporaneità significa cercare, trovare e indagare un altro mondo, qualcosa di totalmente distante dalla realtà del presente, sia di Castelfondo sia di qualsiasi altra comunità. È un'occasione per confrontarsi con storie, mondi ed esperienze diverse da sé, per sentire e cercare di capire le vite degli altri e le risposte che le persone e le comunità hanno dato vivendo e lavorando in un territorio. È tentare di comprendere come tutto questo sia successo, si è trasformato e possa evolversi. Marco Romano «Ci mettevano sotto a una vacca con sette-otto, dieci-dodici anni e bisognava mungerla; tutta a mano, mica con la mungitrice Ce lo facevano fare non per cattiveria ma per invogliarci a lavorare da piccoli, per inculcarci, come dicono, l'orgoglio al lavoro. Qui poi avevano il sistema, quando avevano dodici-tredici anni, che li portavano in provincia di Bolzano per imparare la lingua e lì bisognava lavorare, e lì imparavano a lavorare e a stare con la gente». "Mia mamma ha avuto undici figli e io, che ero la seconda, ho dovuto stare sotto sotto, perché la più vecchia era debolina. A dieci-undici anni dovevo guardare i figli, cambiarli, lavarli e pulirli e preparargli le bottiglie con il latte caldo alle nove e darglielo, e avviare il pranzo e quello che c'era da fare: pulire il paiolo della polenta e pulire, e quando ero libera, su a pascolare, e se no bisognava andare a mietere, nar drìa al fén, mucchi che non ero neanche capace di sollevarli.Oh Dio, mi si spezzava la pancia!». Marco Romano ha realizzato studi e volumi etnografici in alta Val di Non e in Trentino. Collabora come ricercatore con enti e istituzioni pubbliche e private, tra cui il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di S. Michele all'Adige. È coautore del docufilm pluri premiato Cheyenne, trent'anni.

E-mail: marcoroman@tiscali.it